Argomento del canto
Gli eretici – Farinata degli Uberti – Cavalcante Cavalcanti – Profezia di Farinata – La visione delle anime
Mancano poche ore all’alba del 26 marzo (o 9 aprile). Sabato Santo
Virgilio, virtù somma, capisce che Dante, curioso di vedere la gente che per li sepolcri giace, gli eretici, quelli cioè che non hanno creduto nell’immortalità dell’anima, gli nasconde un desiderio. In effetti è così, ma Dante non vuole importunarlo...
“O Tosco che per la città del foco / vivo ten vai così parlando onesto”: questo suono improvviso uscito da una delle tombe rivela che un’anima, che si qualifica come fiorentino, ha riconosciuto la buona parlata toscana di Dante. È Virgilio che gliela presenta: “Vedi là Farinata che s’è dritto: / da la cintola in sú tutto ‘l vedrai”. Era proprio questo il desiderio: vedere Farinata, della potente famiglia ghibellina degli Uberti, morto nel 1364, un anno prima della nascita di Dante che è un suo nemico politico, un guelfo.
Statuario, si erge dal sepolcro col petto e con la fronte com’avesse l’inferno a gran dispitto. Virgilio gli spinge vicino Dante a cui raccomanda parole adatte. Farinata, quasi sdegnoso, dopo un rapido sguardo, da uomo di parte qual è, gli domanda chi furono i suoi antenati per capire se appartenga a una famiglia avversaria. Fieramente avversaria conclude Farinata alla risposta ubbidiente di Dante e con orgoglio ricorda di aver cacciato da Firenze due volte i guelfi. Ma mentre loro, i guelfi, sono sempre tornati, incalza con risentimento Dante, “i vostri non appreser ben quell’arte”, essendo tuttora in esilio.
Ora, lungo quella di Farinata, appare un’ombra forse in ginocchie che guarda attorno come se cercasse qualcuno. È il padre del poeta Guido Cavalcanti, grande amico di Dante: si stupisce che con lui non ci sia il figlio della stessa altezza d’ingegno. Dante gli spiega che il suo viaggio è indirizzato a chi Guido disprezzava, a Dio. L’ansia del padre è grande: “Perché hai usato il verbo al passato? È già morto?” L’indugio nella risposta di Dante lo fa ricadere supino nella tomba.
Ma quell’altro magnanimo, Farinata, non si turba al dolore di Cavalcanti. Tormentato dall’avere saputo che i suoi sono stati nuovamente sconfitti più che per la sua pena infernale, fa a Dante la prima profezia del suo esilio.
Un po’ strano questo doppio dialogo: Cavalcanti non conosce il presente e Farinata profetizza il futuro, ma proprio questa mala luce da presbiti caratterizza la visione delle anime che vedono lontano e non vicino.
Dante, sentendosi in colpa, prega Farinata di informare Cavalcanti che suo figlio è ancora vivo e che ha indugiato a rispondergli perché già si interrogava su questa questione.
Virgilio lo richiama, ma Dante vuole sapere ancora in fretta chi siano gli altri peccatori. Farinata, oltre a Federico II che era il leader dei Ghibellini, nomina ‘l Cardinale Ottaviano degli Ubaldini.
Dante è pensieroso per la profezia che lo riguarda e Virgilio lo invita a ricordarla: gli sarà spiegata più avanti.
Si incamminano verso la parte più interna del cerchio dove si sente un odore nauseabondo.
Testo del canto
Ora sen va per un secreto calle,
tra 'l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.
«O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com'a te piace,
parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt'i coperchi, e nessun guardia face».
E quelli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l'anima col corpo morta fanno.
Però a la dimanda che mi faci
quinc'entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».
E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m'hai non pur mo a ciò disposto».
«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
a la qual forse fui troppo molesto».
Subitamente questo suono uscìo
d'una de l'arche; però m'accostai,
temendo, un poco più al duca mio.
Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s'è dritto:
da la cintola in sù tutto 'l vedrai».
Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com'avesse l'inferno a gran dispitto.
E l'animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».
Com'io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
Io ch'era d'ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;
ond'ei levò le ciglia un poco in suso;
poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fiate li dispersi».
«S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte»,
rispuos'io lui, «l'una e l'altra fiata;
ma i vostri non appreser ben quell'arte».
Allor surse a la vista scoperchiata
un'ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s'era in ginocchie levata.
Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s'altri era meco;
e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
piangendo disse: «Se per questo cieco
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov'è? e perché non è teco?».
E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch'attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
Le sue parole e 'l modo de la pena
m'avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.
Di subito drizzato gridò: «Come?
dicesti «elli ebbe»? non viv'elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
Quando s'accorse d'alcuna dimora
ch'io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.
Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
restato m'era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa:
e sé continuando al primo detto,
«S'elli han quell'arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell'arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr'a' miei in ciascuna sua legge?».
Ond'io a lui: «Lo strazio e 'l grande scempio
che fece l'Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».
Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fu' io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma fu' io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».
«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
prega' io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo».
«Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando s'appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.
Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».
Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato è co'vivi ancor congiunto;
e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che 'l fei perché pensava
già ne l'error che m'avete soluto».
E già 'l maestro mio mi richiamava;
per ch'i' pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu' istava.
Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è 'l secondo Federico,
e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio».
Indi s'ascose; e io inver' l'antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.
Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: «Perché se' tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.
«La mente tua conservi quel ch'udito
hai contra te», mi comandò quel saggio.
«E ora attendi qui», e drizzò 'l dito:
«quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell'occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio».
Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
per un sentier ch'a una valle fiede,
che 'nfin là sú facea spiacer suo lezzo.
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