Canto IX

ma lietamente a me medesma indulgo la cagion di mia sorte, e non mi noia; che parria forse forte al vostro vulgo.

Argomento del canto

Carlo Martello e la profezia sulla sua discendenza – Cunizza da Romano e le sue profezie relative alla Marca Trevigiana  - Folchetto di Marsiglia – Raab – Invettiva contro Firenze e profezia sul Vaticano.


Verso le sette pomeridiane del 30 marzo (13 aprile).

Profezie d’amore

Carlo Martello aveva sposato Clemenza d’Asburgo a cui Dante si rivolge in apertura di questo canto: bella Clemenza, il tuo Carlo mi narra li ‘nganni che la sua discendenza dovrà ricevere, ma mi raccomanda di tacerne. Ci sarà comunque vendetta.

Già la vita di quel lume santo s’è rivolta a Dio, Sole che inonda di bene, ed ecco un altro di quelli splendori si muove verso Dante e ‘l suo voler piacergli si manifesta nel farsi più chiaro. Li occhi di Beatrice, fermi su di lui, danno, come pria, caro assenso al suo disio così che si rivolge al beato spirto: che lo soddisfi senza bisogno che chieda, dandogli prova di vedere il suo pensiero! La luce, che Dante non ha riconosciuto, dal profondo del suo canto di pria, con sollecitudine amorosa gli parla: “In quella corrotta terra italica attorno a Treviso, nacqui dallo stesso padre del violento tiranno Ezzelino III. Cunizza fui chiamata e qui refulgo perché mi vinse il lume di questa stella d’amore, ma lietamente perdono a me stessa la ragione di questa mia sorte e non ho rimorso: forse questo sembrerà difficile da capire alla gente comune, che conosce i miei tanti e irregolari amori terreni. Di questa luminosa e cara gioia del nostro cielo che più m’è più vicina, rimase nel mondo grande fama e ne rimarrà per molto. Capisci da ciò come l’omo si debba rendere eccellente per prolungare la sua vita. Questo non interessa agli abitanti della Marca Trevigiana che dovranno subire tremende punizioni”. Cunizza profetizza, certa della loro affidabilità, storie politiche che grondano sangue: la sconfitta di Padova da parte di Vicenza, il tradimento subito dall’altezzoso signore di Treviso e quello realizzato dall’empio pastore, il vescovo, di Feltro ai danni dei fuoriusciti ferraresi.

Qui tace e se ne va volteggiando in danza. L’altra letizia, che a Dante è nota come cara cosa, sfolgora ai suoi occhi come un rubino percosso dal sole: è il modo delle anime di manifestare la loro letizia come sulla terra il sorriso. È Dante a parlare: “Dio vede tutto e tu vedi in lui che vede in me: perché non rispondi alle mie domande? Io risponderei alla tua s’io entrassi in te, m’intuassi, come tu entri in me, t’immii”. Il beato spirto risponde con un’ampia descrizione geografica del suo luogo di provenienza, il Mediterraneo, esattamente Marsiglia e così prosegue: “Mi chiamarono Folco e questo cielo mi influenzò d’amore. In età giovanile amai molto, con passione terrena. Questa colpa qui non torna a mente: non ci si pente, ma si sorride ammirando l’arte ordinatrice di Dio attraverso gli influssi dei cieli.

Ma devo procedere oltre per assecondare tutte le tue voglie: tu vuo’ saper chi scintilla appresso me come raggio di sole in acqua pura. È Raab, la prostituta di cui parla la Bibbia, che favorò la conquista di Gerusalemme, nella Terra Santa oggi così poco presente al papa. È giusto lasciar lei in questo cielo in cui si proietta l’ombra del vostro mondo.

Firenze, la tua città diabolica, produce e spande nel mondo il maladetto fiorino corruttore che ha fatto lupo il papa. Per questo l’Evangelio e le Sacre Scritture sono abbandonate. Ma il Vaticano sarà presto libero dalla profanazione.

Testo integrale

Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,

m'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganni

che ricever dovea la sua semenza;


ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;

sì ch'io non posso dir se non che pianto

giusto verrà di retro ai vostri danni.


E già la vita di quel lume santo

rivolta s'era al Sol che la riempie

come quel ben ch'a ogne cosa è tanto.


Ahi anime ingannate e fatture empie,

che da sì fatto ben torcete i cuori,

drizzando in vanità le vostre tempie!


Ed ecco un altro di quelli splendori

ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi

significava nel chiarir di fori.


Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi

sovra me, come pria, di caro assenso

al mio disio certificato fermi.


«Deh, metti al mio voler tosto compenso,

beato spirto», dissi, «e fammi prova

ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!».


Onde la luce che m'era ancor nova,

del suo profondo, ond'ella pria cantava,

seguette come a cui di ben far giova:


«In quella parte de la terra prava

italica che siede tra Rialto

e le fontane di Brenta e di Piava,


si leva un colle, e non surge molt'alto,

là onde scese già una facella

che fece a la contrada un grande assalto.


D'una radice nacqui e io ed ella:

Cunizza fui chiamata, e qui refulgo

perché mi vinse il lume d'esta stella;


ma lietamente a me medesma indulgo

la cagion di mia sorte, e non mi noia;

che parria forse forte al vostro vulgo.


Di questa luculenta e cara gioia

del nostro cielo che più m'è propinqua,

grande fama rimase; e pria che moia,


questo centesimo anno ancor s'incinqua:

vedi se far si dee l'omo eccellente,

sì ch'altra vita la prima relinqua.


E ciò non pensa la turba presente

che Tagliamento e Adice richiude,

né per esser battuta ancor si pente;


ma tosto fia che Padova al palude

cangerà l'acqua che Vincenza bagna,

per essere al dover le genti crude;


e dove Sile e Cagnan s'accompagna,

tal signoreggia e va con la testa alta,

che già per lui carpir si fa la ragna.


Piangerà Feltro ancora la difalta

de l'empio suo pastor, che sarà sconcia

sì, che per simil non s'entrò in malta.


Troppo sarebbe larga la bigoncia

che ricevesse il sangue ferrarese,

e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,


che donerà questo prete cortese

per mostrarsi di parte; e cotai doni

conformi fieno al viver del paese.


Sù sono specchi, voi dicete Troni,

onde refulge a noi Dio giudicante;

sì che questi parlar ne paion buoni».


Qui si tacette; e fecemi sembiante

che fosse ad altro volta, per la rota

in che si mise com'era davante.


L'altra letizia, che m'era già nota

per cara cosa, mi si fece in vista

qual fin balasso in che lo sol percuota.


Per letiziar là sù fulgor s'acquista,

sì come riso qui; ma giù s'abbuia

l'ombra di fuor, come la mente è trista.


«Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia»,

diss'io, «beato spirto, sì che nulla

voglia di sé a te puot'esser fuia.


Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla

sempre col canto di quei fuochi pii

che di sei ali facen la coculla,


perché non satisface a' miei disii?

Già non attendere' io tua dimanda,

s'io m'intuassi, come tu t'inmii».


«La maggior valle in che l'acqua si spanda»,

incominciaro allor le sue parole,

«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,


tra ' discordanti liti contra 'l sole

tanto sen va, che fa meridiano

là dove l'orizzonte pria far suole.


Di quella valle fu' io litorano

tra Ebro e Macra, che per cammin corto

parte lo Genovese dal Toscano.


Ad un occaso quasi e ad un orto

Buggea siede e la terra ond'io fui,

che fé del sangue suo già caldo il porto.


Folco mi disse quella gente a cui

fu noto il nome mio; e questo cielo

di me s'imprenta, com'io fe' di lui;


ché più non arse la figlia di Belo,

noiando e a Sicheo e a Creusa,

di me, infin che si convenne al pelo;


né quella Rodopea che delusa

fu da Demofoonte, né Alcide

quando Iole nel core ebbe rinchiusa.


Non però qui si pente, ma si ride,

non de la colpa, ch'a mente non torna,

ma del valor ch'ordinò e provide.


Qui si rimira ne l'arte ch'addorna

cotanto affetto, e discernesi 'l bene

per che 'l mondo di sù quel di giù torna.


Ma perché tutte le tue voglie piene

ten porti che son nate in questa spera,

proceder ancor oltre mi convene.


Tu vuo' saper chi è in questa lumera

che qui appresso me così scintilla,

come raggio di sole in acqua mera.


Or sappi che là entro si tranquilla

Raab; e a nostr'ordine congiunta,

di lei nel sommo grado si sigilla.


Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta

che 'l vostro mondo face, pria ch'altr'alma

del triunfo di Cristo fu assunta.


Ben si convenne lei lasciar per palma

in alcun cielo de l'alta vittoria

che s'acquistò con l'una e l'altra palma,


perch'ella favorò la prima gloria

di Iosuè in su la Terra Santa,

che poco tocca al papa la memoria.


La tua città, che di colui è pianta

che pria volse le spalle al suo fattore

e di cui è la 'nvidia tanto pianta,


produce e spande il maladetto fiore

c'ha disviate le pecore e li agni,

però che fatto ha lupo del pastore.


Per questo l'Evangelio e i dottor magni

son derelitti, e solo ai Decretali

si studia, sì che pare a' lor vivagni.


A questo intende il papa e ' cardinali;

non vanno i lor pensieri a Nazarette,

là dove Gabriello aperse l'ali.


Ma Vaticano e l'altre parti elette

di Roma che son state cimitero

a la milizia che Pietro seguette,


tosto libere fien de l'avoltero».

I nostri Mecenate

SicComeDante è un progetto gestito dall'Associazione Culturale inPrimis - APS. Se vuoi sostenere questo progetto, puoi fare una donazione e, a seconda dell'importo, sarai pubblicato tra i nostri Mecenate accanto al tuo canto, terzina o verso preferito. Scopri di più o dona ora.

Mecenate del Canto IX

Vuoi sostenere SicComeDante?
Diventa Mecenate

Mecenate della terzina

Diventa Mecenate

Mecenate del verso

Diventa Mecenate

Ricevi tutti gli aggiornamenti

Gruppo WhatsApp Iscriviti alla Newsletter